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Filofobia: cos’è e come gestirla?
Ognuno di noi ha paura di qualcosa, c’è persino chi ha paura di amare. Sembra un paradosso ma è così: tutti noi siamo soliti attribuire all’amore una valenza positiva, ritenendo che esso dia beneficio alla persona e non sia una cosa da evitare. Eppure, diverse ricerche evidenziano che molti individui dichiarano di aver paura di amare un’altra persona, anche se di fatto, dall’altra parte, ricercano vicinanza, affetto e stabilità.

La filofobia, dal greco "φιλος" (amore), e "φοβία" (fobia), è definita come la “paura persistente, ingiustificata ed anormale di innamorarsi o di amare una persona”. Si parla dunque di filofobia o di anoressia sentimentale quando non si riesce ad amare davvero per il timore di soffrire (o soffrire ancora), “ipercontrollando” i propri sentimenti ed esasperando il proprio bisogno di indipendenza e invulnerabilità.

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Ma perché alcune persone non riescono ad amare, a lasciarsi andare in una relazione di vera intimità con l'altro? Che cosa impedisce loro di farsi prendere, trascinare via? Qual è il motivo che li fa permanere tenacemente attaccati al controllo e alla forza del loro io?

Talvolta, ciò che la mente umana percepisce come una minaccia è l’imprevedibile, l’ignoto, perché ciò che non si conosce è visto come incontrollabile, ma spesso, ad incutere paura, potrebbe essere uno scenario che all’apparenza non possiede nulla di minaccioso, e in questi casi il soggetto ha una grossa difficoltà a spiegarsene le motivazioni. Essere coinvolti in un rapporto di vera vicinanza con l'altro significa gettare la maschera, mostrarsi con le proprie debolezze, eccentricità, volubilità, limiti. Questa situazione può essere vissuta come molto pericolosa da parte di chi nell' infanzia, in rapporto alle figure genitoriali, non ha potuto beneficiare dell'amore incondizionato, quello che accoglie l'altro per quello che è, debolezze incluse. In qualche maniera ha sperimentato la sensazione di dover apparire in un certo modo per ottenere l'affetto e l'approvazione dell'altro, finendo per nascondere i propri veri sentimenti. Tale negazione del proprio vissuto emotivo può così riproporsi in età adulta come meccanismo di difesa nei confronti delle sensazioni evocate dalla vicinanza di una persona che attrae molto. I bisogni di dipendenza vengono risvegliati ma insieme a loro risorge la paura, il timore che non trovino accoglienza e risonanza. Così vengono ricacciati indietro, magari bollati come dipendenza, come un infantilismo da cui prendere le distanze.

A volte, addirittura, questo meccanismo inconscio può rovesciarsi sulla persona oggetto di desiderio: viene denigrata, l'attenzione si concentra selettivamente sui suoi difetti per giustificare il fatto che la si tenga a distanza.

I ”sintomi” della filofobia sono generalmente uno stato di ansia e di panico irrazionale che il soggetto avverte quando qualcuno si avvicina sentimentalmente a lui. In sostanza, il filofobico è letteralmente terrorizzato all’idea di farsi coinvolgere in una relazione sentimentale da lui vista come una probabile fonte di sofferenza. Eccezion fatta per i soggetti coinvolti dalla così detta ”anoressia sentimentale”, il filofobico è assolutamente in grado di provare attrazione, non solo fisica, nei confronti degli altri ma è terrorizzato all’idea che una relazione possa finire causando sofferenza e ciò, ovviamente, causa depressione.

Alla base di questo disagio ci può essere anche un timore di perdere il controllo della situazione, tipico delle persone molto razionali, o di quelle che hanno sofferto per amore. Si tratta di una sorta di reazione di allerta che si attiva quando si capisce che la storia si fa più seria e si inizia a sentire di essere dipendenti emotivamente dall’altro. L’innamoramento è considerato una debolezza, qualcosa che ci rende vulnerabili e dipendenti e l’altro diventa un potenziale “pericolo”.

Quando i sentimenti forti sono intesi come fonte di insicurezza e minaccia, la filofobia prende il sopravvento e non ci si lascia più andare; quando, invece, l’amore passato è stato fonte di sofferenza, si teme di ritrovarsi nella stessa sensazione, di essere abbandonati, feriti, traditi o umiliati, e si cerca di razionalizzare e controllare, per quanto possibile, il proprio coinvolgimento. Ciò con l’illusione che sia proprio questo atteggiamento di chiusura a renderci immuni dalle future sofferenze d’amore.

Talvolta, invece, si ha paura di impegnarsi perché la paura d’amare nasconde una paura della perdita di libertà; si vive l’amore come un vincolo o un limite, che comporta impegno e responsabilità. Amare diventa un obbligo, una costrizione all’interno di una relazione, dove adattare la propria vita alle esigenze e alle aspettative dell’altro è vissuto come uno sforzo anziché un piacere e un arricchimento quale dovrebbero essere.

La persona che soffre di filofobia, talvolta, pur essendo consapevole dell’infondatezza della propria paura, non riesce a fare a meno di fuggire dalle relazioni, combattuta, da un lato, dal desiderio di lasciarsi andare ai propri sentimenti e a quelli del partner, e spinta, dall’altro, a scappare, per sedare l’ansia e il forte stato di tensione che finiscono col prendere il sopravvento.

Anche quando riesce a stare in una relazione, alterna momenti di vicinanza ad altri di distacco; spesso ciò genera anche difficoltà sessuali, soprattutto per le donne, il cui piacere passa attraverso il lasciarsi andare, la perdita di controllo, e quindi implica la fiducia totale nel partner.

Capita così che queste persone scelgano deliberatamente di intraprendere storie d’amore difficili e impossibili (partner sposati/fidanzati, a grande distanza, addirittura solo “telematici”, ecc.), stando bene attente a cogliere ogni piccolo segnale che faccia loro capire quando è il momento giusto per prendere le distanze e mettersi al riparo.

Il più delle volte, però, questa attenzione estrema ai segnali di minaccia abbandonica, sulla base della loro paura e sfiducia verso l’altro, le porta ad investire limitatamente sulla relazione, ad allontanarsi per prime e a sminuire l’importanza del partner, ferendolo ripetutamente e facendolo sentire poco amato, con l’alto rischio che questo si allontani davvero per sana auto-protezione.

Come superare questi limiti?

Il rapporto di coppia rappresenta un delicato gioco di forze, all’interno del quale, per trovare un equilibrio funzionale è necessario da una parte, adattarsi e modificare alcuni comportamenti o atteggiamenti propri per sentirsi più vicini al partner e dall’altra, riuscire a rimanere se stessi, mantenendo i propri spazi di intimità e autonomia.

Se l’amore è sinonimo di coppia, e questa di limiti, rinunce e responsabilità, nonché di minacce alla nostra stabilità emotiva e alla nostra indipendenza, è normale avere paura di amare. Per prima cosa, però, bisogna ricordare che la relazione di coppia non è un obbligo, ma una scelta. Abbiamo paura di rimanere delusi dagli altri ma il problema della delusione sono le nostre pretese. Si ha paura di amare perché si teme di non ricevere quello che desideriamo.

Paradossalmente è amare il solo rimedio alla paura d’amare. Diventa un circolo vizioso, perché più si ha paura di amare meno si ama e più si soffre, pensando però che la causa di tutto sia fuori di noi perché gli altri non ci amano. Così nascono le pretese, il desiderio che gli altri siano come vorremmo, perché si pensa che se così fosse, staremmo bene. Il problema è che la paura di amare porta a pretendere amore (per sentirsi al sicuro) senza darne e senza darsi, col risultato che l’altro, qualora ci amasse, col tempo smetterà di farlo.

E’ molto importante diventare pienamente consapevoli dei propri vissuti emotivi, rendersi conto di quanta paura abbiamo di abbandonarsi all’amore; non è facile, ma capire l’origine delle ferite e imparare a risanarle può permetterci di riscoprire quanto possa esser positivo per viver meglio, aprirsi (o riaprirsi) alle relazioni affettive, concedendosi il lusso di rischiare di essere felici



 Commenti (2)
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  1. misterx325, Genova (Liguria)
    Ho letto velocemente le pubblicazioni. interessanti assai, scritte tutte in modo corretto, anche dal punto di vista "scientifico". MA SAREBBE CORRETTO CITARE LA FONTE con una firma finale
  2. angstrom, Elmas (Sardegna)
    La psicologia è bella da leggere e capire, ma la psicologia siamo noi e mai quello che leggiamo. Quindi non basta leggere serve confrontarsi con persone e imparare a meditare.


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