Il danshari è l’arte di lasciare andare gli oggetti, liberandosene, ma anche di mettere al bando ciò che ostacola la “pulizia mentale”.
Lo scrittore giapponese Fumio Sasaki vive in una casa di 30 metri quadri e organizza meticolosamente lo spazio e l’utilizzo dei 150 oggetti che possiede. In un mondo dove il termine “accumulatore seriale” ha quasi perso di significato (tutti accumuliamo una quantità incredibile di oggetti) lui ha scelto di praticare il danshari.
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Danshari è un termine giapponese che viene semplicisticamente tradotto in “pulizia, ordine” ma ha invece un significato più profondo. Infatti ha a che fare con la liberazione dal superfluo non soltanto in senso fisico, ma soprattutto in senso materiale.
La parola danshari è composta da tre ideogrammi, ognuno con un proprio significato:
- Dan: rifiutare le cose inutili. Questo concetto invita a non ostacolare il flusso della vita con i beni materiali.
- Sha: sbarazzarsi di ciò che non serve più, ripulendo lo spazio e la mente.
- Ri: liberarsi dell’attaccamento. Questo concetto invita a non diventare schiavi degli oggetti.
Il danshari ha qualcosa in comune con il minimalismo occidentale. In realtà però il minimalismo è più una corrente di pensiero che riguarda l’estetica e la pulizia degli spazi, con per obiettivo la semplificazione della vita, mentre il danshari ha a che fare con la liberazione dalle convinzioni limitanti, dai pensieri che ostacolano il flusso della vita. È un concetto più interiore che esteriore. L’estetica del danshari è sì pulita ed essenziale, ma il vero obiettivo non è semplificare la vita, bensì avere una mente sgombra.
Per praticare il danshari occorre liberarsi da molte convinzioni: “potrebbe servirmi”, “l’ho pagato”, “è un caro ricordo”. È un invito a liberarsi degli oggetti, perché i ricordi e le emozioni vivono dentro di noi e non hanno bisogno di un supporto fisico.
A volte non riusciamo a lasciare i nostri cari oggetti perché abbiamo paura del vuoto, soprattutto quello interiore. Anche la nostra vita è, come i nostri spazi, fitta di impegni che prendiamo pur di non restare soli e senza far nulla. Ma a volte il cosiddetto “far nulla”, come il “non possedere nulla”, è una forma di liberazione silenziosa e potente. Lasciar andare significa connettersi con qualcosa di più puro e autentico.
Il danshari non è una pratica del vuoto, ma è la scelta dell’essenziale. Forse non hai bisogno di altro spazio in casa, ma di meno disordine; forse non hai bisogno di più energia, ma solo di meno sprechi a livello emotivo.
Come iniziare a praticare il danshari?
Usi quell’oggetto? Ti piace davvero? Ti serve davvero? Se la risposta sincera a queste domande è “no”, è il momento di lasciar andare. Ti senti in colpa? Questo ti fornisce informazioni sui nodi interiori a cui devi lavorare.
Alcune relazioni, abitudini, alcuni impegni occupano il tuo spazio emotivo senza aggiungere niente alla tua vita. Il danshari è una pulizia anche emotiva e spinge a chiudere con ciò che ti toglie energia mentale.
- Ringrazia ciò che stai abbandonando
La tradizione giapponese spinge sempre alla gratitudine verso cose o persone che si stanno lasciando. L’atto di ringraziare è terapeutico e aiuta il distacco. Non si tratta di rinnegare il passato, ma di riconoscere la sua importanza, chiudere per sempre con la nostalgia e andare avanti.