Siete molto bravi a dare consigli d'amore agli altri ma non sapreste applicarli in prima persona? Niente di strano: è il paradosso di Salomone e tutti lo viviamo.
Si racconta che il re Salomone, famoso in tutto il mondo per la sua grande saggezza, fosse molto, ma molto meno saggio quando doveva decidere di se stesso. Non si tratta di "predicare bene e razzolare male", locuzione che indica una discrepanza intenzionale tra parole e azioni; si tratta invece di un paradosso, molto umano, che ci porta a perdere la razionalità quando dobbiamo risolvere problemi che ci coinvolgono in prima persona.
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Insomma, quando siamo direttamente coinvolti anche le soluzioni più semplici sembrano sfuggirci per lasciare posto a un agire in gran parte irrazionale, anche quando si traveste da razionale.
Se così non fosse, è chiaro, nessuno si perderebbe dietro ad amori impossibili, nessuno farebbe pazzie inutili per amore e nessuno sceglierebbe persone che a ragion veduta sono con lui incompatibili.
Questo paradosso è vissuto, in misura più o meno evidente, da tutti gli esseri umani e non solo nell'ambito della coppia.
Su questi temi è stata basata una ricerca condotta da Igor Grossman, dell'università canadese di Waterloo. Lo studio è stato condotto in due fasi distinte. Nella prima parte venivano proposti ai partecipanti volontari (tutti fidanzati) alcuni esercizi di immaginazione: essi dovevano pensare che un loro amico stesse vivendo un determinato conflitto di coppia e che il loro compito fosse dargli dei consigli. Questo esercizio veniva utilizzato per capire lo stile di ragionamento dei partecipanti e la loro intelligenza emotiva.
Quando però un conflitto di livello simile doveva essere immaginato all'interno della propria coppia, i partecipanti affermavano che si sarebbero comportati in modo diverso da come avrebbero consigliato all'amico; e questo modo, come è facile intuire, era decisamente meno saggio.
Nella seconda parte dell'esperimento, gli studiosi hanno deciso di indagare se la distanza personale da una determinata situazione potesse fare la differenza. I quesiti che venivano sottoposti ai volontari erano simili a quelli dell'esercizio precedente ma veniva richiesto esplicitamente di guardare la situazione "da dentro" o "da fuori", e cioè in prima o in terza persona. Risultato? Quando i volontari si trovavano a ragionate su un conflitto di coppia vissuto in prima persona adottavano schemi di pensiero meno saggi rispetto a quando veniva loro chiesto di ragionare con un occhio esterno.
Il professor Grossman, nel pubblicare i risultati del suo esperimento, ha asserito che lo sforzo di spersonalizzarsi quando si analizzano i problemi può tornare utile più di quanto si creda. Se stiamo parlando di un problema che ci riguarda sarebbe utile, secondo lo studioso, formulare frasi in terza persona nelle quali noi, il soggetto, veniamo nominati con il nostro nome e non con "io".
Secondo il professore, se siamo coscienti della distorsione del ragionamento che subiamo quando affrontiamo problemi "vicini" possiamo tentare di elaborare strumenti personali per correggere il tiro. E magari, vedendoci da fuori, potremmo dare a noi stessi consigli un po' più saggi.