Quando aiutare il partner diventa un bisogno di sentirsi indispensabili.
Una persona fragile e un’infermiera sempre al suo fianco, pronta non solo a salvare ma anche a proteggere e coccolare: questa è l’immagine da cui prende spunto la cosiddetta “sindrome della crocerossina”, un’etichetta che descrive una forma di attaccamento sbilanciato.
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Non parliamo di una diagnosi psicologica riconosciuta. Si tratta piuttosto di un’espressione colloquiale che descrive la dinamica chiamata in inglese “savior complex” o “white knight syndrome”, che estremizza il concetto di protezione per farne il centro del rapporto. Spendersi per chi si ama, salvarlo, curarlo fisicamente o spiritualmente è una delle più alte forme d’amore, ma chi vive la nostra “sindrome” non si limita ad accudire: ha bisogno che il partner sia continuamente in difficoltà per sentirsi indispensabile. La crocerossina o, all’inglese, il cavaliere, diventa quasi un'identità: “Se non ci sono io, la persona che amo non ce la fa”.
Chi assume questo ruolo può cominciare a occuparsi di problemi che il partner non gli ha chiesto di risolvere, prendere decisioni al suo posto o sacrificare continuamente il proprio tempo e le proprie energie. Secondo gli esperti, uno dei segnali è proprio la difficoltà a smettere di intervenire anche quando l'altra persona non ha bisogno di essere salvata o non desidera quel tipo di aiuto.
Di solito la “crocerossina” non diventa tale mentre la relazione si sviluppa, ma prima. Già dal principio si sente attratta da persone che stanno attraversando problemi importanti come una separazione difficile, una situazione familiare complicata, una dipendenza, difficoltà economiche o una forte sofferenza emotiva. Questo non significa che chi si innamora di una persona in difficoltà abbia automaticamente tale distorsione affettiva, ma è interessante notare quando il copione si ripete. Molte “crocerossine” attraversano relazioni diverse, ma sempre con una persona da sostenere, sistemare o tirare fuori dai guai.
In questi casi l'aiuto può diventare anche una fonte di gratificazione personale. Sentirsi necessari dà un posto preciso nella relazione e può rendere più difficile chiedersi se, tolto il bisogno di essere aiutati, rimanga comunque un rapporto soddisfacente.
A volte questa dinamica di salvataggio si trasforma addirittura in manipolazione, pur se non cosciente. La “crocerossina” rinuncia alle proprie attività, accetta comportamenti che normalmente non si accetterebbero, risolve continuamente i problemi dell'altro e si tende a minimizzare la propria stanchezza… ma poi presenta il conto: “Dopo tutto quello che faccio per te, questo è il modo in cui mi tratti?”.
Sopportare pesi enormi e scaricarli di colpo è un controsenso, eppure spesso funziona proprio così. Se l'aiuto viene dato spontaneamente ma poi diventa una sorta di credito da riscuotere, la relazione rischia di trasformarsi in uno scambio implicito: io mi sacrifico per te, quindi mi aspetto che tu abbia bisogno di me, mi riconosca o mi ricambi nel modo che desidero. Di qui il discorso si sposta su un tema caldo nelle relazioni: proteggere qualcuno è controllarlo?
L’aiuto della “crocerossina” viene notato perché eccede la richiesta: proteggere qualcuno contro la sua volontà significa comunque oltrepassare un limite. Il partner può ribellarsi o al contrario adagiarsi, sentendosi progressivamente incapace di fare da solo. Queste spinte opposte, nel tempo, creano tensione e risentimento nella relazione o creano una dinamica di dipendenza totale.
La sindrome della crocerossina, quando questa espressione è pertinente nel descrivere una dinamica reale, non riguarda quindi la gentilezza o la disponibilità, come si sente dire spesso: riguarda il momento in cui prendersi cura dell'altro diventa indispensabile per sentirsi amati, necessari o al sicuro nella relazione.
Amare una persona significa anche poterla aiutare, ma rispettarla significa lasciarle la responsabilità della propria vita. Quando non è così i ruoli si confondono pericolosamente: da amanti si diventa genitori o addirittura carcerieri.