La gara a chi sta peggio sembra un controsenso ma spunta in tantissime conversazioni. Le motivazioni sono psicologiche e culturali.
Racconti una difficoltà, una delusione o un momento particolarmente pesante e, nel giro di pochi minuti, la conversazione prende una strana direzione: invece di sentirti ascoltato, ti ritrovi coinvolto in una sorta di competizione involontaria al ribasso. Quanto spesso ti è capitato? Di solito la risposta è: troppo.
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Hai avuto una settimana difficile? L'altra persona ha attraversato un anno peggiore. Sei stanco? Lei lo è molto di più. Hai sofferto per una separazione? La sua esperienza è stata infinitamente più dolorosa. E poi arrivano le frasi fatte più urticanti del tipo: “Non sai cosa significa davvero stare male" oppure: "Vedessi quello che ho passato io".
Al di là di come viene gestita praticamente la conversazione, il processo di base è ridimensionare il dolore di chi parla o metterlo in secondo piano. Ma perché alcune persone sembrano avere il bisogno di dimostrare di aver sofferto più degli altri?
In alcuni casi può trattarsi di una modalità appresa. Chi è cresciuto in contesti in cui le emozioni venivano continuamente confrontate o svalutate può finire per replicare lo stesso schema senza accorgersene. Se per anni ha sentito dire che c'era sempre qualcuno che stava peggio, potrebbe aver imparato a considerare il confronto come una forma normale di comunicazione.
Altre volte, invece, la sofferenza può diventare una parte importante dell'identità personale. Quando una persona ha attraversato esperienze molto difficili, può inconsapevolmente costruire una parte della propria immagine attorno a quella storia. In queste situazioni il dolore non viene soltanto ricordato: diventa uno degli elementi attraverso cui si definisce. Sentire qualcun altro che si lamenta può attivare una sorta di meccanismo di protezione, per cui l’unico modo per superare la minaccia è invalidare il dolore altrui.
Esiste poi una terza possibile spiegazione, che ha a che fare con la cosiddetta proiezione. Alcune persone minimizzano il dolore degli altri perché hanno imparato a minimizzare il proprio. Non sapendo come accogliere le proprie fragilità, faticano a riconoscere e validare quelle altrui. Se per anni si sono ripetute che bisogna essere forti, resistere e andare avanti senza lamentarsi, possono reagire allo stesso modo quando qualcun altro esprime sofferenza. In questi casi la minimizzazione non nasce da una superiorità percepita, ma da una difficoltà nel gestire la vulnerabilità.
Non è neppure raro, però, che si verifichino situazioni in cui il confronto assume una funzione più competitiva. Alcune persone sembrano cercare costantemente una posizione particolare all'interno delle relazioni: quella di chi ha sofferto di più, resistito di più o sopportato di più.
Anche questo rappresenta un tradimento culturale del vero significato del dolore, non più considerato un fatto oggettivo ma una prova di valore. Chi ha superato più ostacoli è visto come moralmente superiore, a patto che non porti su di sé segni evidenti (fisici o psichici) e dimostri a tutti gli effetti di essere “normale”.
Qui si applica la narrazione dell’eroe secondo una prospettiva definita “pornografia dell’ispirazione”: ho passato il peggio e sono qui; non solo sono qui, ma performo quanto e più di te. Le mie esperienze sono la prova che sono migliore di te visto che “riesco” quanto e più di te. Questo non riflette una mancanza di empatia di chi propugna tali idee: è un modo di vedere la sofferenza che molti condividono nel mondo, tra moralismo e culto della produttività.
Insomma, la gara a chi sta peggio può avere motivazioni di diverso tipo, più psicologiche o più culturali, e solo in pochi casi corrisponde a una vera maleducazione. Capire non significa accettare, ma quando le persone scivolano in tali atteggiamenti è meglio farlo notare con delicatezza.