Secondo uno studio amplissimo, i 47 anni sono l’età peggiore.
La felicità non è solo una questione che riguarda i filosofi, ma interessa anche agli economisti. Naturalmente non si parla di una questione spirituale ma di un incrocio di condizioni materiali: soldi, salute (calcolata spesso in termini di aspettativa di vita), fiducia nelle istituzioni, supporto sociale e libertà di scelta.
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Gli economisti hanno osservato da tempo che nel corso della vita la felicità presenta un andamento a U: un picco massimo intorno ai vent’anni, una discesa fino al punto minimo e una risalita successiva. L'economista David Blanchflower, analizzando centinaia di report da 132 Paesi diversi, è riuscito a calcolare l’età media in cui la felicità tocca il punto più basso: 47 anni.
Perché proprio 47? Si tratta di un’età complessa, che da alcuni esperti viene definita “generazione sandwich”: le persone si trovano schiacciate tra la cura dei figli, non bambini ma neppure autonomi, e quella dei genitori che iniziano a mostrare bisogni legati all’età. Tutto ciò rappresenta una fonte di stress che abbassa drasticamente il livello di soddisfazione per la propria vita.
C’è inoltre un tema più personale, legato proprio all’approssimarsi dei 50 anni: questo traguardo è inteso spesso come un momento di bilanci esistenziali, con il confronto tra la vita attuale e i sogni della giovinezza, che per tantissimi non si sono realizzati. Qualcuno fa l’esempio di un quadro: a 20 anni è una tela bianca; a 47 non è finito, ma lo schizzo è pronto. È proprio qui che tanti pittori, prima di passare al colore, si interrogano tormentosamente sulla bontà dell’opera.
La cosa positiva, rimanendo sempre nella metafora del quadro, è che non solo lo schizzo non rappresenta la fine, ma si presta anche a essere corretto (quanti capolavori del passato, analizzati con le moderne tecnologie, hanno rivelato ripensamenti profondi in questa fase). Ecco perché la curva a U presenta una risalita: dopo la fase critica, dopo la cosiddetta crisi di mezza età, le persone tendono a rimettersi in gioco per tornare più soddisfatte.
Per chi pensa che questa triste curva a U sia condizionata totalmente dalla mentalità occidentale c’è una interessante notizia: Blanchflower riporta che l’età dell’infelicità è uguale in tutto il mondo, sia nei Paesi “avanzati” sia in quelli in via di sviluppo. Inoltre gli zoologi affermano che la crisi di mezza età non si presenta solo negli umani, ma anche nei grandi primati. È come se tale condizione avesse una base biologica da approfondire.
Ovviamente quella dei 47 anni è solo una stima, perché l’età del “minimo” è diversa per tutti. Tra l’altro molti affrontano una vera crisi, ma alcuni riescono a vivere questo momento con meno angoscia, come una semplice fase di transizione. Dipende sia dall’autostima sia dai problemi pratici. Infatti, secondo gli studiosi, le donne sono quelle che hanno crisi più pesanti, non per motivi biologici ma perché spesso hanno i carichi più gravosi. Risulta che le donne rappresentino il 70% dei caregiver informali.
Abbiamo detto che la curva dell’infelicità è un passaggio obbligato, quasi parte del nostro DNA, ma il momento storico attuale modifica un po’ il quadro. Lo stesso Blanchflower, in uno studio del 2025, ha notato che nel Regno Unito la curva è quasi drogata: adesso i più infelici sono i giovani, e più la data sui documenti è lontana più le persone stanno bene. Non è proprio una buona notizia, visto che il fisiologico punto basso (che anche i giovani prima o poi avranno) potrebbe diventare più profondo tra qualche anno.