I traumi del passato si possono superare e il tempo è un valido alleato. Ma dobbiamo metterci anche un po’ del nostro.
Si sente sempre dire che il tempo lenisce le ferite, ed è verissimo, ma può essere interessante capire come lo fa. Infatti mettere semplicemente una distanza cronologica tra sé è un trauma non significa automaticamente esserne fuori, anzi… il mondo è pieno di esempi di persone che non riescono a superare un lutto, il ricordo di un incidente, il dolore per una relazione finita. Anche solo il semplice passare del tempo ha un ruolo, perché dimostra che siamo in grado di sopravvivere alla ferita, ma guarire veramente comporta altri processi.
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Il tempo aiuta in diversi modi. Il primo è probabilmente l’assuefazione. Se ci muore una persona amata, nei primi momenti siamo sconvolti, ma poi piano piano facciamo i conti con questa assenza, ogni giorno, anno dopo anno. Ciò non significa guarire e nemmeno per forza adattarsi, ma abituarsi sì. Se un dolore è continuo può finire per diventare una sorta di rumore di fondo nella mente, terribile e debilitante, ma non certamente acuto come nei primi momenti.
Ma il modo più bello in cui il tempo si rende nostro alleato sta nei cambiamenti che ci permette di fare. Si dice spesso che le esperienze dolorose aiutano a crescere, e questa è una grande verità. Sempre facendo l’esempio del lutto, si sa che questo avvenimento costringe a mettere in atto diverse risorse: la resilienza, ma anche la praticità (per far fronte alla serie di necessità inevitabili che contornano l’evento). Dopo un lutto una persona può essere costretta a gestire dei beni, a diventare leader della famiglia, o anche solo a gestirsi da sola: tutto questo spinge a cambiamenti interiori forti che possono giocare un ruolo decisivo nel processo di guarigione.
Guardandosi indietro, anni dopo, ci si può accorgere di essere molto cambiati e di essere diventati persone migliori, proprio per le difficoltà affrontate. Guarire è anche questo.
L’idea che le ferite dell’anima guariscano senza lasciare traccia è ovviamente utopistica, perché sappiamo benissimo che anche banali ferite sulla pelle possono lasciare cicatrici perenni. Non si vede perché nella mente dovrebbe funzionare diversamente. Guarire significa cicatrizzare, non eliminare.
Forse conoscete persone adulte che portano ancora con sé grandi dolori risalenti a quando erano bambine. A 30, 50, 70 anni ancora piangono o crollano emotivamente se certi temi si ripresentano. Non vuol dire necessariamente che non siano diventate abbastanza mature da combattere il demone. La differenza sta in ciò che fanno dopo aver pianto, dopo essere crollate. Se sono in grado di raccogliere i cocci e andare avanti, sono già guarite quel che basta. Se non si chiudono in casa, non diventano schiave delle loro paure, non rischiano di farsi male pur di fuggire dal trigger hanno già raggiunto un livello di guarigione ammirabile. Questo per dire che lasciar cicatrizzare le ferite può essere un’arte, ma non è una performance. E il tempo è alleato, ma occorre saperlo sfruttare al meglio che si può.