La terapia psicologica va approcciata senza stigmi, ma anche senza pretese eccessive.
Ogni giorno sui social qualcuno racconta la propria seduta di terapia, spiega come ha imparato a mettere confini o descrive il comportamento di un ex attraverso il linguaggio della psicologia. Espressioni come “relazione tossica”, “trauma”, “attaccamento evitante” e “narcisismo” sono pane quotidiano. Parlare di salute mentale è oggi più accettabile, ma insieme a questa apertura è arrivato un dubbio: stiamo imparando a prenderci cura di noi oppure stiamo cominciando a interpretare ogni difficoltà attraverso una lente psicologica, esagerando?
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La domanda merita una riflessione, senza liquidare la terapia come una moda ridicola ma senza considerarla la risposta a qualsiasi problema.
Per molto tempo, rivolgersi a uno psicologo si accompagnava allo stigma dell’essere “matti”. Ci si andava solo se si proveniva da un contesto particolarmente illuminato o si aveva un disturbo gravissimo e impossibile da nascondere. Oggi le cose stanno cambiando: si sta capendo che la psicoterapia non è solo per chi soffre di schizofrenia e bipolarismo, ma anche per chi ha difficoltà legate a depressione e ansia, non necessariamente a livelli da ricovero. Può aiutare a comprendere schemi che si ripetono, affrontare un lutto, gestire una fase di cambiamento o migliorare il modo in cui si costruiscono le relazioni. Non è necessario aspettare di stare malissimo per chiedere un confronto professionale.
Inoltre, la moderna ricerca ha smentito una volta per tutte l'idea che la psicoterapia sia soltanto una “chiacchierata” senza basi scientifiche, ma è una terapia a tutti gli effetti.
Ma parliamo anche del rischio opposto. Non appena impariamo a riconoscere determinati meccanismi psicologici, magari dalla divulgazione social, possiamo essere tentati di usarli per spiegare tutto: una giornata storta ci sembra un segnale di trauma, un litigio ci dimostra che una relazione è disfunzionale, la difficoltà a rispondere a un messaggio viene interpretata come una forma di autosabotaggio (o ADHD)…
La conoscenza è sempre positiva: anche il mito che “non va bene sapere troppo” va messo in soffitta. Il linguaggio psicologico può davvero offrire parole utili per descrivere esperienze che prima non sapevamo nominare, ma dobbiamo rimanere coscienti che le nostre nozioni restano a un livello basilare, da divulgazione: se non siamo laureati in psicologia e psichiatria, non abbiamo davvero gli strumenti per fare diagnosi o autodiagnosi. Dobbiamo accettare l’idea che ci stiamo richiamando a dei concetti che non afferriamo fino in fondo, e che solo un professionista può chiarirci.
Poi c’è il legittimo desiderio di migliorarsi continuamente, che però non deve trasformarsi in un'altra prestazione da portare a termine. Non bisogna pensare che la terapia serva a diventare esseri perfetti: è solo una terapia, come dice il nome stesso, non una religione.
Un ultimo concetto importante: non tutto è un problema psicologico, non tutto si risolve individualmente. Viviamo in tempi difficili e segnati da precariato, difficoltà economiche, isolamento, mancanza di servizi. Queste cose possono incidere profondamente sul benessere psicologico. Imparare a gestire l'ansia può essere utile, ma non elimina un contratto instabile o un ambiente di lavoro insostenibile.
Se ogni sofferenza viene ricondotta a un problema individuale, si rischia di chiedere alla persona di adattarsi a condizioni che avrebbero bisogno anche di cambiamenti concreti. La terapia può aiutare a trovare risorse e possibilità d'azione, ma non sostituisce le risposte sociali, economiche e sanitarie necessarie. Purtroppo anzi, a giudicare dalle martellanti pubblicità di certi servizi di psicologia, pare che la terapia sia per alcuni l’ennesimo prodotto da vendere: e la pubblicità si basa, da che mondo e mondo, sul far credere a tutti di avere bisogno di un prodotto che per tutti non è. Evita di responsabilizzarci nel cambiare il mondo e ci fa credere che acquistando qualcosa in più tutto si risolverà.