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Romanticizzare il burnout è un modo di sopravvivere, non di vivere
Il burnout da lavoro “contagia” sempre più persone nel mondo, eppure viene quasi esibito con orgoglio.

Per anni, essere sempre occupati è stato raccontato come un segno di ambizione. Chi lavorava fino a tardi dimostrava di tenerci, chi rinunciava al tempo libero sembrava avere una marcia in più… anche oggi in certi ambienti dire “non ho mai un minuto libero” è quasi un modo per presentarsi.

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Ma cosa succede quando la stanchezza smette di essere un inconveniente e diventa una parte dell'identità? Si è fieri di reggere ritmi insostenibili, si scherza sul fatto di non dormire abbastanza e si considera normale arrivare alla fine della giornata senza avere più energie per niente. Romanticizzare il burnout significa anche questo: trovare una narrazione positiva a una condizione che, in realtà, ci sta facendo stare male.

Non sempre chi racconta di essere sopraffatto vuole mettersi sul piedistallo in maniera narcisistica. A volte sta solo cercando comprensione, oppure prova a spiegare perché non riesce a fare altro oltre al lavoro. In una cultura che premia la produttività ammettere di essere esausti può sembrare meno accettabile che mostrarsi impegnati.

Così la stanchezza viene trasformata in una prova di dedizione. Si finisce per pensare che riposare significhi perdere tempo, che dire di no sia un segno di debolezza e che rallentare voglia dire non essere abbastanza bravi. Persino il tempo libero diventa un'altra attività “utile”: palestra, letture, corsi, obiettivi personali, praticamente una capitalizzazione di ogni secondo della giornata. Anche il riposo deve servire a qualcosa, possibilmente a tornare più produttivi il giorno dopo!

È un meccanismo che può dare l'impressione di avere tutto sotto controllo ma il corpo presenta il conto, anche se non vogliamo ascoltarlo.

L'Organizzazione mondiale della sanità descrive il burnout come un fenomeno legato allo stress cronico sul lavoro che non è stato gestito con successo. Tra le sue caratteristiche indica l'esaurimento delle energie, il distacco mentale o la negatività nei confronti della propria attività e la sensazione di essere meno efficaci.

Nella vita quotidiana il malessere può manifestarsi in modi diversi: difficoltà di concentrazione, irritabilità, sonno disturbato, fatica a prendere decisioni o incapacità di recuperare anche dopo una pausa. E quando il recupero diventa sempre più difficile, continuare a spingere non è necessariamente una dimostrazione di forza.

A complicare le cose c'è il fatto che spesso non si può semplicemente smettere di lavorare: ci sono bollette, responsabilità, contratti precari e aspettative da rispettare. E la responsabilizzazione acritica fallisce miseramente: dire a una persona esausta di organizzarsi meglio o di dedicarsi più tempo può essere poco realistico se il problema dipende anche da carichi di lavoro eccessivi, scarsa autonomia o condizioni economiche difficili.

C'è una ragione per cui la stanchezza viene romanticizzata, che è uno dei principali nodi problematici di tutta la questione: riconoscere di non farcela può essere doloroso. Se abbiamo investito anni in un percorso, rinunciare a certi ritmi può sembrare come ammettere che i sacrifici non sono serviti. Dare un significato positivo alla fatica, invece, aiuta a tirare avanti.

Ma trovare una giustificazione alla sofferenza, purtroppo, non elimina le condizioni che la provocano. E il fatto di essere riusciti a resistere a lungo non significa che fosse necessario farlo in quel modo.

A volte cambiare significa ridurre gli impegni, chiedere una distribuzione diversa del lavoro o mettere dei limiti. In certi ambienti queste possibilità sono difficili da realizzare e serve un aiuto concreto, professionale o personale, per capire da dove cominciare. Non esiste una soluzione identica per tutti, ma di certo non è impossibile.

Ma il primo passo è smettere di raccontare ogni rinuncia come una conquista: non avere energie per vedere gli amici, non riuscire più a coltivare una passione o trascorrere il fine settimana cercando soltanto di riprendersi non sono medaglie da esibire.

Il lavoro può essere importante, così come lo possono essere un progetto, un obiettivo o il desiderio di costruirsi un futuro. Ma se per portarli avanti non resta spazio per tutto il resto, vale la pena chiederci quale prezzo stiamo pagando. Non perché dobbiamo essere sempre riposati e felici, ma perché una vita non dovrebbe ridursi alla capacità di arrivare, esausti, al giorno successivo.



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