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Conscious uncoupling: restare complici dopo la separazione
Chi si lascia “bene” a volte viene preso in giro, ma non tutte le relazioni devono finire tra grida e avvocati.

L’immagine che abbiamo in mente se pensiamo a una coppia che si sta separando tende a essere molto negativa: persone che non si parlano e se lo fanno litigano aspramente, persone pronte a mettere di mezzo avvocati eccetera. Eppure, per fortuna, non sempre va così.

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Esistono coppie che, dopo essersi separate, riescono a conservare una forma di stima reciproca. Non tornano insieme, non fingono che nulla sia successo e nemmeno vivono in una sorta di amicizia perfetta (altro stereotipo da soap opera). Semplicemente continuano a riconoscere il valore che quella persona ha avuto nella loro vita. Negli ultimi anni questo modo di affrontare la fine di una relazione è stato associato a un'espressione inglese: conscious uncoupling, che si potrebbe tradurre come "separazione consapevole".

Il termine è diventato famoso nel 2014, quando l'attrice Gwyneth Paltrow lo utilizzò per raccontare la fine del suo matrimonio con Chris Martin. Da allora è entrato nel linguaggio comune, spesso tra entusiasmi, più spesso tra prese in giro.

Sì, prese in giro! Ma perché la fine di una storia d’amore dovrebbe essere sempre segnata dal rancore? Perché una relazione dovrebbe essere considerata un fallimento soltanto perché è finita? Sono domande che possono apparire provocatorie, ma hanno molto senso.

Se una storia è durata anni, ha accompagnato momenti importanti della vita, ha offerto sostegno, affetto e crescita personale, davvero tutto questo smette di avere valore nel momento della separazione?

Molte persone, soprattutto nelle settimane successive a una rottura, tendono a rileggere il passato in modo molto nero: una relazione che fino a poco tempo prima sembrava significativa viene improvvisamente descritta come un errore dall'inizio alla fine. Come abbiamo detto in tanti articoli, questo è un meccanismo biologico profondo nel nostro cervello: la ricerca di spiegazioni chiare, il bisogno di senso.

È vero che la stragrande maggioranza delle rotture avviene in modo drammatico, ma non è una regola scritta nella pietra. Due persone possono essersi amate sinceramente e scoprire, a un certo punto, di desiderare cose diverse; possono rispettarsi e allo stesso tempo capire di non essere più compatibili; possono persino volersi bene e decidere comunque di separarsi prendendo decisioni diverse sul futuro.

Neanche per queste coppie che fanno conscious uncoupling la separazione è semplice, e servono comunque mesi per riassestare vita ed emozioni. Ma se si riesce a “rompere” in modo armonico i benefici sono molti. Ciò è particolarmente evidente quando ci sono figli, amicizie condivise o legami lavorativi importanti che possono essere mantenuti con una certa serenità.

Non facciamo però l’errore di considerare il conscious uncoupling come uno di quegli ideali che non si riescono mai a raggiungere e lasciano frustrati. Ogni storia è diversa e non sempre separarsi “bene” è possibile. Non tutti i divorzi possono essere gestiti in modo civile e collaborativo. In presenza di manipolazione, abuso o violenza, ad esempio, mantenere un rapporto non è affatto l'obiettivo.

Quando però la rottura avviene per motivi meno gravi non dovrebbe più essere obbligatorio andare a cercare una causa forte, una giustificazione abbastanza potente da far tacere i criticoni sempre pronti a insinuare. Andrebbe liberalizzata l’idea che le rotture sentimentali possono dipendere da fattori anche personali, interiori, che rimanere “amici” non significa voler tornare a letto insieme, che considerare importante e bella una relazione finita non vuol dire essere incoerenti.



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