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Qual è la chiave della felicità secondo filosofi e psicologi
Felicità, che parola difficile. Cos’è veramente? Di cosa è fatta?

Cos’è davvero la felicità e come si raggiunge? Sono secoli che si dibatte su questo tema. Ogni persona formula per sé una definizione di felicità che è diversa da quella di tutti gli altri: un mix variabile di successo lavorativo, relazioni soddisfacenti, piccoli e grandi momenti di gioia.

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Raggiungere e mantenere la felicità non è un’impresa impossibile, ma tutto dipende dalla definizione che diamo di questa parola. In fin dei conti nessuno psicologo/neuroscienziato può determinare cosa sia davvero la felicità, perché si tratta o di un concetto molto personale o di una definizione filosofica.

La felicità può essere definita in vari modi:

  • Uno stato permanente di gioia

È l’idea di felicità più diffusa. Se ciò è vero la felicità piena è irraggiungibile, perché è dimostrato scientificamente che nessuna persona può provare una sola emozione prevalente per tanto tempo. Periodi di frustrazione e tristezza sono naturali e ciò renderebbe la felicità quantomeno “spezzata”.

  • Una vita guidata dal piacere

Al di là dell’aspetto emotivo, uno dei concetti di felicità più diffusi riguarda il godimento, che non dovrebbe avere l’accezione negativa che molti danno. Secondo l’edonismo, una vita piacevole non è fatta solo e sempre di gioia emotiva, ma prevede relazioni soddisfacenti, agi (avere il necessario senza troppo sforzo o anche qualcosa di più), studio, scoperte, avventure.

  • Una vita in “eudaimonia”

Questa è una definizione data dallo psicologo e sociologo Valerio Costa, che non la formula in forma scritta ma ne parla in molte occasioni. Letteralmente questa parola greca significa “avere un buon demone (accanto)”, perciò essere felici. Costa tende più che altro a far coincidere la felicità con la serenità d’animo. Non picchi, non piaceri e basta, ma stati tendenzialmente sereni portati dall’equilibrio della mente.

  • Una vita con una direzione

È una definizione legata al benessere umano e condivisa da diversi psicologi. Non ha direttamente a che fare con le emozioni, ma include cose che come “effetto collaterale” possono certamente portare a sentimenti positivi. Include soddisfazione relazionale ma anche senso di scopo, coerenza coi propri valori, crescita personale continua e autonomia.

Nessuna di queste definizioni è sbagliata, ma riguardo all’ultima ci viene in mente un recente studio dell’università di Toronto. Questo studio, che ha coinvolto 1200 persone, ha valutato le emozioni, il livello di soddisfazione per la propria vita, l’autopercezione positiva, il senso di vicinanza con gli altri e l’autonomia personale. L’obiettivo era capire che cosa fosse più importante per raggiungere la felicità.

A quanto pare dai risultati, ciò che determina maggiormente la felicità è l’autonomia. Le persone che sentono di poter scegliere, che si sentono libere, sono più felici delle altre. Secondo questo studio, anche una vita agiata e serena ma vissuta in modo passivo, determinata da decisioni altrui e priva di un senso di scopo può portare a una profonda infelicità.

La conseguenza che immaginiamo, se ci riferiamo a questo studio, dovrebbe essere l’incoraggiamento all’autonomia. Le categorie più fragili potrebbero dover trovare più spazio. I bambini dovrebbero essere incoraggiati a provare più cose da soli. Le donne casalinghe e le madri dovrebbero lavorare sul concetto di “vita propria”. I disabili, nonostante l’assistenza sia necessaria, dovrebbero essere favoriti nello sviluppo delle abilità e lasciati fare da soli il più possibile per le loro capacità.

Questa potrebbe essere la chiave della felicità e, se non di questa, almeno della soddisfazione.



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