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Odi farti fotografare? Ecco cosa rivela di te la psicologia
Sappiamo che molte persone detestano farsi fotografare, ma ci siamo mai chiesti perché?

C’è chi appena vede una fotocamera si mette in posa automaticamente e chi, al contrario, prova subito disagio. Alcune persone evitano le foto in modo quasi sistematico: si spostano dietro gli altri, fanno da fotografi pur di non comparire, chiedono di cancellare gli scatti appena fatti o si concentrano immediatamente su ogni dettaglio che non piace.

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Le ragioni psicologiche sottostanti passano immediatamente per timidezza, ma non è detto, e in ogni caso la cosa è un po’ più complessa. Il rapporto con le fotografie ha molto a che fare con il modo in cui percepiamo noi stessi.

Una delle ragioni più comuni del disagio nasce dalla differenza tra immagine interna e immagine esterna. Ognuno di noi, infatti, costruisce mentalmente un’idea abbastanza stabile del proprio volto e del proprio aspetto. Quando vediamo una fotografia, soprattutto se scattata da altri e non controllata, quell’immagine può entrare in conflitto con la percezione che abbiamo di noi. Niente a che fare con la dismorfofobia, non necessariamente: è il cervello che non è abituato a vedersi così.

Esiste persino un fenomeno noto chiamato mere-exposure effect: tendiamo a preferire ciò che vediamo più spesso. Per questo molte persone trovano più gradevole la propria immagine allo specchio rispetto alle fotografie. Lo specchio restituisce un volto invertito, familiare, che osserviamo ogni giorno. Le foto invece mostrano la versione “reale” vista dagli altri, e questa discrepanza può creare straniamento.

Uno studio pubblicato su National Institutes of Health ha osservato che la familiarità visiva influenza significativamente il grado di apprezzamento del proprio volto, spiegando perché le immagini fotografiche vengano spesso percepite come meno rappresentative di sé.

Poi c’è, e non va sottovalutato, il fattore controllo. Molte persone non amano essere fotografate perché una foto fissa un’immagine su cui non hanno più potere. Nella vita reale ci muoviamo, cambiamo espressione, gesticoliamo. Una fotografia invece blocca un istante preciso, spesso casuale, e chi tende a controllare molto il modo in cui appare agli altri può vivere questa perdita di controllo con forte disagio.

Anche il contesto culturale ha un peso importante. Viviamo immersi in immagini estremamente curate: pose studiate, filtri, editing, angolazioni favorevoli. Questo modifica il livello di aspettativa verso il proprio aspetto. Una foto normale finisce per sembrare “sbagliata” semplicemente perché viene confrontata con standard molto artificiali.

Notiamo però che il rifiuto delle fotografie non sempre riguarda l’estetica. Per alcune persone essere fotografate significa sentirsi osservate. La foto crea esposizione, attenzione, possibilità di giudizio. Chi ha una forte sensibilità sociale o tende all’autoconsapevolezza elevata può vivere l’obiettivo quasi come una forma di pressione.

Una ricerca pubblicata sul Journal of Personality Research ha evidenziato che livelli elevati di autoconsapevolezza sono associati a maggiore disagio nelle situazioni in cui l’immagine personale viene osservata o valutata dagli altri.

Naturalmente non amare le foto non indica automaticamente un problema psicologico. Per molte persone è semplicemente una preferenza caratteriale. Alcuni si sentono più a loro agio nel vivere i momenti piuttosto che nel registrarli.

Il punto interessante è un altro: spesso crediamo che le fotografie mostrino “la verità” sul nostro aspetto, quando in realtà mostrano solo una versione estremamente parziale. Mostrano un’inquadratura, una luce, una frazione di secondo, ma non una persona intera! Forse a essere più determinante nell’avversione alle foto non è tanto il modo in cui ci vediamo, ma il modo in cui ci giudichiamo.



 Commenti (1)
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  1. melody2024, Reggio Emilia (Emilia Romagna)
    complimenti per i vs articoli ❣️ molto interessanti


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