La teoria dell’amore unico, quella dei tre amori… ma sarà davvero possibile capire quante volte ci innamoriamo? Non è che seguendo un costrutto psicologico-culturale invalidiamo gli amori finiti giudicandoli come “falsi”?
L’anima gemella, l’altra metà della mela… ci piace crederci, ma l’esperienza poi ci insegna che nella vita si possono trovare molti compagni e, forse, non ce n’è uno solo “giusto”. Quando una relazione finisce riscriviamo i ricordi, ci diciamo che in fondo non era vero amore ma soltanto un’illusione e che il meglio ci aspetta più avanti. Siamo un po’ ingiusti nei confronti di storie passate che, pur finite, ci hanno donato molto e a loro modo sono state “vere”. Insomma, l’esperienza insegna che ci si innamora più di una volta e la ricerca scientifica sembra d’accordo.
Link sponsorizzato
La scienza, naturalmente, non può stabilire quante volte una persona “debba” innamorarsi. Però diversi studi hanno cercato di capire come funzionino l’innamoramento, l’attaccamento e il legame passionale nel corso della vita. E la conclusione generale è abbastanza chiara, anche se spesso facciamo fatica ad accettarla.
Una delle ragioni per cui crediamo nel mito dell’amore unico è che l’innamoramento produce effetti emotivi e biologici molto intensi. Nelle prime fasi di una relazione aumentano dopamina, noradrenalina e attivazione cerebrale legata alla ricompensa. Per questo molte persone vivono l’amore passionale come qualcosa di assoluto e irripetibile: il cervello lo percepisce come un’esperienza estremamente significativa. Ogni volta sembra la prima, si crede che i flirt passati fossero sbandate, e invece no: si ripete lo stesso meccanismo ma nell’euforia dimentichiamo.
Uno studio condotto da Helen Fisher ha mostrato che l’innamoramento attiva aree cerebrali associate a motivazione, desiderio e ricerca della ricompensa, in modo simile ad altri sistemi fortemente coinvolgenti. Questo però non significa, appunto, che possa esistere una sola esperienza amorosa “vera”.
Anzi, dal punto di vista psicologico, l’amore cambia insieme alla persona, secondo le diverse fasi della vita. Ci si può innamorare a vent’anni cercando intensità e conferme emotive, poi vivere relazioni completamente diverse a quaranta o cinquanta, con bisogni più legati alla stabilità, alla compatibilità o alla presenza quotidiana. Non tutti gli amori si assomigliano tra loro e non tutti lasciano lo stesso tipo di traccia, e forse è proprio questo che fa cadere in errore.
L’idea che esista una quantità precisa di innamoramenti reali deriva più da una narrazione culturale che da dati concreti. In rete circola spesso la teoria secondo cui ci innamoreremmo “tre volte nella vita”, ma non esistono prove scientifiche solide che confermino questo numero specifico. Esistono però studi che mostrano come la capacità di creare legami romantici significativi possa ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza, anche dopo relazioni molto importanti o dolorose.
Una ricerca pubblicata su American Psychological Association ha infatti evidenziato che l’attaccamento romantico rimane un sistema dinamico per tutta la vita adulta. Le persone possono sviluppare nuovi legami emotivi profondi anche dopo separazioni, lutti o relazioni considerate “fondamentali”.
Probabilmente il punto più difficile da accettare è proprio questo: il fatto che un amore sia stato reale non significa che debba essere l’unico possibile.
Molte persone vivono con il timore che amare ancora ridimensioni ciò che hanno provato in passato. In realtà le esperienze affettive non funzionano come una classifica. Un amore può essere stato centrale in un periodo della vita e un altro può esserlo in una fase successiva, in modo completamente diverso.
Insomma, inutile costruire classifiche. Anche alcune persone, dopo il primo figlio, pensano che non potranno amarne un secondo con la stessa intensità e poi, puntualmente, succede.