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Perché l’abbandono fa così male? Le neuroscienze ce lo spiegano
L’abbandono è una delle ferite più gravi che possiamo ricevere e ci sono dei motivi specifici.

Abbiamo tutti presente come si comportano i cani abbandonati, perché sentiamo tanti racconti su questo tema. Ognuno reagisce in base al proprio carattere, ma c’è un denominatore comune: sono tutti disperati. Sappiamo che si comportano così per le caratteristiche della loro specie ma vogliamo fingere di essere diversi, più razionali, più forti. In realtà, a livello biologico, non siamo tanto diversi in fatto di gregarietà. L’abbandono è una delle ferite più brutte che possiamo ricevere e purtroppo nella vita subiamo questa esperienza diverse volte.

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Se un partner ci abbandona, se un amico se ne va proviamo un dolore molto forte. Ci sentiamo dire: “Coraggio, sono cose che succedono” e ci sentiamo quasi in colpa di stare così male. Ma le neuroscienze ci spiegano che questo malessere è radicato, è reale, è fondato e a volte nemmeno ci rendiamo conto di quanto impatti sul nostro corpo e sulla nostra mente.

Più studiamo e più ci rendiamo conto che mente e corpo non sono separati. I circuiti che regolano la sofferenza sono condivisi e, sorprendentemente, quando veniamo esclusi o lasciati si attivano in noi le stesse aree che elaborano il dolore fisico. Quindi dire che essere abbandonati è come essere feriti non è poetico, ma è reale. Corteccia cingolata anteriore e insula anteriore sono alleate e nemiche: ci fanno sentire un dolore potente per metterci in guardia, per spronarci a cercare sollievo.

Prima abbiamo nominato i cani abbandonati. Non è che loro non abbiano ricordi, ma per noi il fattore esperienziale conta molto di più. Nel dolore della perdita c’è sì una forte componente biologica, ma anche l’inconscio e la memoria hanno un ruolo di primo piano.

Torniamo quindi all’infanzia. Nei neonati e nei bambini piccoli l’allarme-abbandono esiste già e conta moltissimo, dal momento che la loro sopravvivenza dipende dagli adulti. Se un bambino viene accudito quando ne ha bisogno, riesce nel tempo a costruirsi una sicurezza interna: “Se starò male verrò aiutato”. Se però la risposta degli adulti ai bisogni del bambino è carente, incoerente, intermittente, imprevedibile lo stato di allarme diventa costante. Attenzione, anche questa è neurobiologia: l’amigdala diventa più sensibile e il tutto si imprime nelle reti neurali. Questo non succede solo ai bambini gravemente maltrattati ma riguarda tanti piccoli che non sono stati curati in modo del tutto adeguato.

Ma a volte la risposta più forte al dolore dell’abbandono può venire proprio dalle persone adulte, perché nel tempo le esperienze si accumulano e lasciano segni importanti. Chi ha avuto una vita segnata da abbandoni ripetuti può reagire molto male anche solo a un primo ed equivocabile segnale, anticipando scenari tragici. La prima presa di distanza da parte della persona di riferimento attiva l’allarme rosso: amigdala, ipotalamo, ipofisi, surrene, quindi senso di ansia, cortisolo aumentato, cuore impazzito, pensieri intrusivi. Anche questa è neurobiologia.

Dato che a quasi tutti capita di essere lasciati soli in qualche momento della vita, e a molti capita più di una volta, è normale e osservato che si creino strategie inconsce. Qualcuno si iper-attiva, con ricerche continue di rassicurazione e conforto, mentre qualcuno si disattiva, chiudendo il cuore e cercando di evitare futuri rischi. Entrambi questi atteggiamenti possono diventare limitanti nella ricerca di nuove relazioni.

Per fortuna il cervello, pur ferito, pur condizionato, è dotato di una stupenda capacità di adattamento. Se si trovano le giuste condizioni (affetto, stabilità e sicurezza) il cervello è davvero in grado di modificarsi riducendo la reattività delle zone deputate alla segnalazione del pericolo. Una vita più serena, un cervello più stabile: funziona proprio così.



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