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La lingua che parliamo cambia il nostro modo di pensare?
Secondo alcuni scienziati, sarebbe proprio così.

La tribù aborigena Kuuk Thaayorre è particolarmente interessante per i linguisti per una particolarità del loro modo di esprimersi: nel linguaggio di questo popolo non esistono le parole “destra” e “sinistra”. Come fanno allora a esprimere le direzioni e a orientarsi? Utilizzano i punti cardinali. Per loro è normale, quando danno indicazioni stradali, dire di dirigersi a est o di puntare a sud quando noi diremmo “procedi dritto” o “svolta a destra”. Questa particolarità del loro linguaggio ha due conseguenze: 

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  1. Gli appartenenti alla tribù Kuuk Thaayorre potrebbero essere portati ad avere un orientamento migliore, dato che sono “costretti” dalla loro lingua a riconoscere sempre i punti cardinali. 
  1. Il concetto del tempo nella lingua dei Kuuk Thaayorre è spazializzato: nella loro lingua infatti anche il tempo è un segmento tra un “punto” e un altro. Questo impatta sulla loro percezione del tempo. 

Questo è solo un esempio, ma significativo, a favore di una teoria che non ha ancora acquisito una dimostrazione ma che tutti i parlanti di un certo livello avvertono istintivamente: la lingua che si parla cambia in parte il modo di pensare. 

Ne ha parlato la scienziata cognitivista Lera Boroditsky in un interessante TED talk dal titolo “How language shapes the way we think”. Partendo da una celebre frase dell’antico imperatore Carlo Magno, “conoscere una seconda lingua significa avere una seconda anima”, la studiosa afferma che la lingua parlata da una persona può realmente avere un impatto sulla sua percezione della realtà. Per confermare la sua teoria, Boroditsky richiama l’esempio dei  Kuuk Thaayorre, ma non solo. 

La lingua inglese, ad esempio, non è molto specializzata nella distinzione tra i colori. Gli inglesi utilizzano la parola “blue” per indicare uno spettro che va dal celeste all’indaco. Chi parla lingue come il russo o l’italiano è molto più rapido e accurato nel distinguere i colori rispetto a chi parla inglese. Questo è stato dimostrato in indagini di laboratorio e dà l’idea che parlare uno specifico linguaggio sia una forma di “addestramento” della popolazione ai compiti che nella sua cultura sono ritenuti più importanti. 

Anche il genere grammaticale attribuito alle cose cambia il modo di pensarle. In italiano, ad esempio, “sole” è un sostantivo maschile, mentre in tedesco è femminile; “gatto” in italiano è di genere maschile, mentre in tedesco femminile. Se si chiede a un tedesco e a un italiano di descrivere un gatto, secondo  Boroditsky, il primo si concentrerà sulle sue qualità corrispondenti a stereotipi femminili (ad esempio grazia, eleganza) e il secondo a qualità maschili (come furbizia, ecc.). 

Quando accade un incidente e, ad esempio, un ragazzino rompe un vetro, gli inglesi o gli italiani dicono: “il ragazzino ha rotto il vetro” mentre gli spagnoli tendono a dire: “il vetro si è rotto”, ricorrendo alla forma passiva. Ne consegue che gli inglesi o gli italiani si concentrano molto di più sulla responsabilità di un evento che sull’evento nella sua purezza. Per un inglese o un italiano è più facile ricordare “di chi è la colpa” perché la loro lingua si concentra maggiormente su questo aspetto. 

Infine, secondo alcuni osservatori, la lingua che si parla può aiutare i bambini nell’apprendimento di certe materie. Secondo il sociologo canadese Malcolm Gladwell i numeri cinesi sono particolarmente semplici e brevi e permettono ai bambini molto piccoli di iniziare già a imparare le basi della matematica, in anticipo sugli altri. 

Insomma, la lingua che parliamo, a prescindere da quale sia, è sempre un tesoro di conoscenze e di idee che travalicano la nostra intenzione.



 Commenti (1)
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  1. alvaroit, Treviso (Veneto)
    E giusto un altro Calro diceva: "Parlo in spagnolo a Dio, in italiano alle donne, in francese agli uomini e in tedesco al mio cavallo"... povero cavallo!


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