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Sessismo fra donne: la sindrome dell’ape regina
In una società dove si parla molto di discriminazioni di genere al maschile e poco di quelle al femminile, cosa scatena quel particolare tipo di sessismo che si ha quando una donna si scaglia contro il proprio sesso?

Iniziamo col dire che viviamo in una società piena (ancora) di stereotipi culturali di stampo sessista; ciò influenza su più fronti i nostri comportamenti, consapevolmente e talvolta inconsciamente. Ciò avviene in particolar modo negli ambienti di lavoro, dominati da sempre da competitività e dall’emergere di figure maschili, dove la donna fatica a raggiungere posizioni di potere a causa per l’appunto di pregiudizi di varia natura.

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Le logiche di potere, sul lavoro e non solo, penalizzano per definizione l’universo femminile dal momento che i modelli di leadership sono improntati prevalentemente su atteggiamenti tipici del mondo maschile. In questo contesto, al netto degli sforzi fatti per ritagliarsi posizioni di prestigio, cosa succede quando una donna ce la fa? In altri termini cosa caratterizza la donna leader?

Lungi naturalmente da generalizzazioni, potremmo incappare nella sindrome dell’ape regina, una sorta di sessismo al femminile, dove la donna manager potrebbe arrivare a “bullizzare” e discriminare le colleghe donne.

Ora, è stata data una spiegazione psicologica a questo fenomeno, reso famoso da alcuni film di successo, uno su tutti “Il diavolo veste Prada” dove Miranda Priestly (Meryl Streep) manager di successo, cinica e intransigente, svilisce e umilia le qualità tipicamente femminili delle sue collaboratrici. 

Si intravvede infatti, nell’atteggiamento di svalutazione della leader nei confronti delle altre donne, non solo un sistema per salvaguardare e proteggere la posizione raggiunta ma, inconsciamente, un modo per sopire la propria femminilità, sacrificata sull’altare del successo e della conformità a modelli di potere “maschili”. Inoltre, una volta raggiunto il successo al pari del collega maschio, la donna manager teme la “forza femminile” delle colleghe donne le quali potrebbero rappresentare un pericolo per la tenuta della posizione apicale conquistata. 

Comportarsi da “ape regina”, quindi, potrebbe essere una risposta adattativa della donna in un contesto dominato da maschi.

È risaputo che, per motivi di genere, la donna leader deve faticare maggiormente non solo per la conquista del potere ma soprattutto per essere accettata, in quanto tale, nel mondo lavorativo; una donna autoritaria o arrogante è meno tollerata dell’equivalente maschile, viceversa una donna dolce e comprensiva potrebbe essere interpretata come debole o non all’altezza. 

E allora che fare per trovare il giusto equilibrio e non “drogare” la propria femminilità?

Come in ogni ambito la capacità, per una leader, di mantenersi equidistante dagli opposti potrebbe essere l’arma davvero vincente: saper usare il “bastone” laddove il suo ruolo non venga rispettato, e la “carota” verso chi si mostra comprensivo e collaborativo. Inoltre, saper fare squadra con la componente femminile, in genere numericamente maggiore nei posti di lavoro, sarebbe un valido strumento per potenziare il ruolo della donna, non solo in ufficio. 

In questo modo la leadership femminile può essere esercitata con soddisfazione e meno stress: in poche parole se essere donna è bello, essere una donna capo lo è ancora di più.



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