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Il weekend compie cent'anni, ma siamo ancora davvero liberi?
Nel 1926 nacque la moderna concezione di weekend. Una conquista che siamo stati in grado di difendere o che sta vacillando?

Nel 2026 ricorrono cento anni da quando Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la settimana lavorativa di cinque giorni, con il sabato e la domenica liberi per i dipendenti. La decisione contribuì a impostare un'organizzazione del tempo che oggi ci sembra quasi naturale: dal lunedì al venerdì si lavora e poi arriva il benedetto weekend. Ma un secolo dopo, viene da chiedersi quanto di quel tempo sia rimasto davvero nostro.

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Il sabato e la domenica di pausa non sono sempre esistiti nella forma odierna. Per molto tempo, soprattutto per gli operai, la settimana lavorativa poteva comprendere sei giorni e il riposo era limitato. La riduzione dell'orario a 8 ore e la conquista del fine settimana sono state il risultato di cambiamenti economici, sociali e delle rivendicazioni dei lavoratori negli anni ‘20.

La scelta di Ford e degli altri industriali di concedere il weekend si è rivelato un vantaggio anche per i “padroni”, perché un dipendente meno esausto poteva lavorare meglio. Inoltre chi aveva più tempo libero poteva usarlo per consumare, viaggiare e acquistare prodotti, facendo fiorire l’economia.

Quest’ultimo aspetto economico è particolarmente interessante perché racconta una contraddizione che non abbiamo del tutto superato. Il tempo libero è qualcosa che ci serve, ma è anche uno spazio in cui il mercato cerca continuamente di venderci qualcosa: un viaggio, un corso, un'esperienza da provare, perfino un modo migliore per rilassarci.

Ma poi, ci rilassiamo davvero? Per molte persone i due giorni liberi sono una lista da spuntare. La spesa, le pulizie, le pratiche per la casa, le visite ai parenti e tutte le commissioni possibili vengono spesso collocate di sabato, perché non si ha tempo durante la settimana. E un giorno intero se ne va in faccende.

Poi c’è il sabato sera, il respiro, con l’aperitivo o la cena, il cinema o la discoteca. Cinque, sei ore in giro per la città. Poi arriva la domenica, che passa in un attimo. E quando arriva la sera, può capitare di avere la sensazione di non essersi riposati affatto. Quindi per la maggior parte delle persone, considerando il tempo del sonno, se va bene ci sono circa venti ore realmente libere in una settimana. Ore che, per la mentalità odierna, vanno comunque capitalizzate.

Ci siamo abituati a pensare che una giornata sia riuscita se ne abbiamo ricavato qualcosa: un posto visitato, un progetto portato avanti, un incontro organizzato. Anche il riposo sembra dover produrre un risultato, come sentirsi più energici il lunedì. Perciò il tempo libero può trasformarsi in un’attività stressante (quantomeno nell’organizzazione) perché bisogna incastrare un mucchio di obiettivi in sole venti ore.

Ma non tutte le ore devono servire a qualcosa! Passare un pomeriggio sul divano, fare una passeggiata senza una meta precisa o vedere un amico senza organizzare un'attività speciale non significa sprecare il proprio tempo. Sarebbe proprio questa la definizione di tempo libero.

Non dimentichiamo poi che per troppe persone il lavoro entra anche nei giorni di pausa. Un nuovo studio di Eurofound rivela che un lavoratore europeo su cinque (circa 39 milioni di persone) viene contattato per motivi di lavoro fuori orario più volte al mese. Secondo altri report, oltre due milioni di italiani lavorano fuori orario, domenica inclusa, con il risultato che il tempo lavorato arriva regolarmente a cinquanta ore mensili. Avevamo detto venti ore libere? Pia illusione, per alcuni.

Cento anni fa il weekend fu una conquista di dignità, libertà e salute psicofisica per miliardi di lavoratori. A distanza di cento anni, viene in mente che nessuna conquista è per sempre. Stavolta non si tratta di fare manifestazioni sindacali, anche se da tempo in diversi Paesi si parla di introdurre la settimana di 4 giorni. In molti casi si tratta, piuttosto, di recuperare l’idea vera di riposo, di ozio: un tempo non per forza da passare a letto, ma da vivere in condizioni di reale libertà.



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