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Donne contro le donne: la sindrome dell’ape regina
In alcuni contesti lavorativi le donne di successo mettono i bastoni tra le ruote alle colleghe. Perché lo fanno?
La solidarietà femminile esiste, ma in alcuni contesti fatica a prendere terreno o addirittura inverte la rotta. È ciò che si osserva nella sindrome dell'ape regina (queen bee syndrome), un termine nato negli anni ‘70 per descrivere dinamiche tossiche che coinvolgono le donne nei luoghi di lavoro.
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Molte aziende si strutturano in modo competitivo e a volte, quando una donna raggiunge posizioni apicali, si distanzia dalle colleghe o addirittura le ostacola. Questa mancanza di sostegno tra donne oggi desta meno stupore, ma cinquant’anni fa spingeva gli studiosi a interrogarsi seriamente. Perché le donne attraversano anche oggi difficoltà legate al genere, ma allora il fenomeno era molto più drammatico. La sindrome dell’ape regina sembrava mostrare che chi proviene da una categoria marginalizzata (le donne) una volta avuto successo si accanisce contro persone come lei. Proprio la discriminazione era il nodo centrale secondo le psicologhe Belle Derks, Naomi Ellemers e Floor L. A. van Laar, che hanno analizzato il fenomeno in modo molto fine. Non si tratta di cattiveria femminile, ma di risposta a un determinato contesto ostile. Come si sviluppa, in una donna, la sindrome dell’ape regina? In alcuni ambienti professionali caratterizzati da forte disparità di genere può farsi strada l'idea che per emergere sia necessario essere diverse dalle altre donne, magari assumendo atteggiamenti tradizionalmente attribuiti agli uomini. Quando una donna raggiunge il successo si convince davvero di non essere come le altre, di avere una “marcia in più” che la differenzia dal proprio genere. A volte invece la mancanza di solidarietà si spiega in modo più concreto: dato che c’è spazio per poche, se aiuto un’altra donna potrei perdere il mio vantaggio. Secondo gli esperti la sindrome dell’ape regina nasce in gran parte dall'interiorizzazione degli stereotipi. Se per anni una persona ha ricevuto il messaggio, esplicito o implicito, che le donne sono meno competenti, meno razionali o meno adatte a determinati ruoli, può finire per assorbire almeno in parte queste convinzioni. Il successo può convincerla di essere un caso particolare e la sua disistima per il femminile si conferma. C’è poi una dinamica trasversale ai sessi che spesso si realizza nei luoghi di lavoro: mors tua vita mea. Se il successo ha la forma di una piramide e l’apice è riservato a pochi, chi arriva in alto si sente costretto a ostacolare i potenziali rivali, uomini o donne che siano. Ma non tutte le donne ambiziose sono api regine. Anzi, questo concetto è parecchio criticato attualmente perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. In origine l’intento era capire cosa fa il successo a chi viene da una categoria svantaggiata, oggi sembra solo l’ennesimo stereotipo. Una condotta “aggressiva”, competitiva e fiera potrebbe essere giudicata normale in un professionista e abnorme in una donna nella stessa posizione. Una persona può essere molto determinata senza per questo ostacolare gli altri; allo stesso modo, può avere difficoltà a sostenere chi le sta vicino senza che questo dipenda necessariamente dal genere. Come nota chi studia le dinamiche sociali, a volte a essere tossiche non sono le persone ma il loro ambiente. In contesti lavorativi molto competitivi viene spesso trasmessa l'idea che uno vince perché qualcun altro perde. Ma esistono anche modelli diversi, in cui il risultato individuale non esclude la crescita collettiva. Sono questi gli ambienti che, secondo molti, vanno creati per migliorare l’efficienza del lavoro e impedire la discriminazione diffusa.


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