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“Abbastanza bene, dai”
Quante conversazioni iniziano così, appena dopo il formale “come stai?”. Ma perché da qualche tempo nessuno dice più di stare bene?

Fino a poco tempo fa il classico inizio delle interazioni sociali era così: “Ciao, come stai?”, “Bene, tu?”, “Bene”. Oggi è più spesso così: “Ciao, come stai?”, “Abbastanza dai, tu?”, “Eh, io pure…”. La sfumatura è interessante, perché denota un piccolo ma significativo cambiamento culturale. Prima l’esigenza primaria era dimostrare a tutti di stare bene dal punto di vista fisico, lavorativo, economico e mentale. Adesso l’atteggiamento sta cambiando.

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Ipotizziamo che ci siano diverse ragioni:

  • Maggiore accettazione sociale del disagio: si ha meno voglia di fingere di stare bene.
  • Normalizzazione dello stress: essere stressati e stanchi è così comune che mostrare di non esserlo sembra fuori luogo.
  • Estetica del burnout: essere sopraffatti è il nuovo status symbol.

Il primo caso è certamente il più positivo, perché in fondo parlare a cuore aperto di come si sta realmente è una liberazione e le relazioni perdono quella fastidiosa formalità che profuma di un passato ingessato. Il resto è più problematico.

Secondo la psicologa clinica Angela Persico, negli ultimi anni siamo tutti preda della “sindrome del sufficiente”. Come dimostrano recenti statistiche, solo il 4% degli italiani sostiene di godere di ottima salute, mentre il resto la definisce “buona” (40%) o “discreta” (44%). Per tutti, insomma, è diventato normale stare abbastanza bene, ma non benissimo: una vitalità spenta, una salute pericolante, una vita che non si può vivere pienamente ma piuttosto trascinare.

Il burnout, l’esaurimento cronico lavoro-correlato, è tristemente frequente. Se contiamo livelli “medi”, che non vanno a indicare un collasso estremo ma risultano comunque invalidanti, siamo intorno al 31% dei lavoratori. Prima dei 34 anni, addirittura più del 47%. Se il burnout è così diffuso, è quasi automatico che si trasformi in un’estetica. E le persone, infatti, iniziano a vantarsene. In fin dei conti, si pensa, se si è arrivati al sovraccarico è perché si è fatto tanto, perché si lavora duramente, perché si vale qualcosa.

Molte conversazioni si trasformano, ormai, in una gara tra disagi. Iniziare con un “abbastanza bene” serve a dare per scontato che questo “bene” è antifrastico. Si parte così con l’elencare le proprie sventure, comunicando la propria stanchezza ma non mancando di sottolineare che si fa tanto, che ci si impegna tanto.

Negli ultimi anni l’attenzione al benessere mentale è sempre più alta. Si ripete da ogni dove che la vita moderna è una trappola, che la performatività eccessiva fa male, che tutelarsi è importante, ma è ancora tutto di facciata, come il vecchio consiglio di mangiare una mela al giorno. Sappiamo che dovremmo curarci di noi e sui social facciamo di tutto per dimostrarlo. Scriviamo post psicologicamente intensi e mostriamo il nostro percorso di “guarigione”, ma poi non facciamo niente di vero per cambiare.

Purtroppo siamo davvero in una trappola, perché se all’improvviso ci fermassimo tutti il mondo smetterebbe di girare. E anche tu, che magari hai in mente un piano di fuga, sai che ti porterà alla povertà. Poiché non ci possiamo fermare, cavalchiamo l’onda e ci facciamo un vanto delle nostre stanchezze. Certo, questa corsa sfiancante dovrebbe finire. Ma nessuno sa come.



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