Il gaslighting è una notissima tecnica di manipolazione, sovente utilizzata con intenti maligni. Ma a volte ci cadiamo anche noi, pur senza voler fare niente di male.
Quando si parla di gaslighting si immagina quasi sempre una dinamica tossica intenzionale: qualcuno che distorce la realtà per confondere, dominare, far dubitare l’altro di sé. Ed è certamente una forma di manipolazione che esiste. Ma c’è una zona molto meno evidente, e forse per questo più interessante, che riguarda comportamenti quotidiani tutt’altro che calcolati.
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A volte alteriamo la percezione dei ricordi altrui senza avere alcuna volontà di manipolare. Lo facciamo discutendo, correggendo, negando dettagli con assoluta convinzione. E la frase tipica è sempre quella: “No, non è andata così”.
Detta così sembra solo una divergenza di memoria. In realtà può produrre effetti più profondi di quanto sembri.
La memoria umana, infatti, non funziona come un archivio video che registra gli eventi in modo neutro. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, ricostruiamo quel ricordo e lo filtriamo attraverso il nostro stato emotivo, le convinzioni maturate nel tempo, il ruolo che avevamo in quella situazione. Per questo due persone presenti allo stesso episodio possono conservarne versioni sorprendentemente diverse: gli archivi della polizia sono pieni di storie simili.
Su questo punto la psicologia cognitiva è molto chiara. La ricercatrice Elizabeth Loftus, tra le massime studiose della memoria ricostruttiva, ha dimostrato in numerosi esperimenti quanto i ricordi siano malleabili e influenzabili da informazioni successive, domande suggestive e narrazioni esterne. In altre parole: non ricordiamo soltanto ciò che è successo, ma anche il modo in cui quel fatto viene successivamente raccontato.
È qui che entrano in gioco le relazioni quotidiane. Quando diciamo a qualcuno:
- “Ti stai ricordando male.”
- “Non ho mai detto quella cosa.”
- “Stai esagerando, non era successo in quel modo.”
spesso siamo sinceramente convinti della nostra versione. Non stiamo mentendo in senso tecnico. Stiamo difendendo il nostro ricordo, che ci appare altrettanto reale. Il problema è che, se questo accade di frequente e con tono assolutistico, l’altra persona può iniziare a dubitare della propria memoria. Non perché sia particolarmente suggestionabile, ma perché il confronto ripetuto con una sicurezza opposta genera disorientamento. Questo avviene soprattutto nelle relazioni strette, dove viene attribuita all’altro una certa autorevolezza emotiva.
Un aspetto interessante è che questa forma di “gaslighting involontario” nasce spesso da un bisogno di coerenza personale. Ammettere che un evento sia andato diversamente da come lo ricordiamo significa anche tollerare l’idea di aver interpretato male, di aver detto qualcosa di spiacevole, di aver avuto un ruolo meno innocente. Il cervello tende a proteggerci da queste frizioni narrative e così irrigidiamo la nostra versione. Quando operiamo questa forma di “manipolazione” non stiamo solo difendendo il ricordo: stiamo difendendo l’immagine di noi all’interno di quel ricordo.
Uno studio pubblicato su Memory Studies ha evidenziato che il ricordo condiviso all’interno delle conversazioni viene continuamente negoziato e che le persone con maggiore sicurezza espressiva finiscono spesso per influenzare la memoria dichiarata dell’interlocutore, anche senza intenzione esplicita di falsificare l’evento. La memoria, quindi, non è solo individuale: è socialmente plasmabile.
Questo non significa che ogni disaccordo sul passato sia una forma di abuso psicologico mascherato. Sarebbe una lettura eccessiva. Esistono divergenze normali, inevitabili, quasi fisiologiche. La differenza sta nel modo in cui vengono gestite. Dire “io lo ricordo diversamente” non ha lo stesso effetto di dire “ti sbagli”. Nel primo caso si ammette la possibilità di due prospettive, mentre nel secondo si cancella quella dell’altro, e la distinzione è meno banale di quanto sembri.
Forse il punto per evitare di cadere in questo bias non è smettere di correggere i ricordi altrui (sarebbe impossibile) ma diventare più cauti nel trattare la nostra memoria come versione definitiva dei fatti. Abbiamo visto che la convinzione soggettiva non coincide sempre con l’accuratezza. Le manipolazioni non sono sempre intenzionali, dunque “cattive”, ma a volte chi è rivestito di maggiore autorevolezza può chiedere all’altro di fidarsi troppo della propria versione, senza motivi sufficienti. Non ci si può sempre controllare in questo, ma almeno in seconda battuta si può analizzare l’accaduto e adottare una versione più morbida.