Secondo una nuova ricerca la perdita di un “familiare non umano” merita più riconoscimento e comprensione. In qualche caso può trasformarsi in una patologia da lutto.
Chi ha un animale domestico (e magari ne ha avuti altri in passato) ha molte gioie ma anche una grande preoccupazione: la vita di cani e gatti è molto più corta della nostra e tra dieci, cinque, due anni a seconda della loro età si prevede una perdita. E la perdita fa tanto male.
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Il lutto per la morte degli animali spesso non è compreso. “Era solo un cane”. No, era un membro della famiglia. Conoscevamo il suo carattere, i suoi gusti, almeno qualcosa dei suoi pensieri. Lo abbiamo visto piccolo, lo abbiamo sostenuto nella crescita, gli siamo stati vicini nella vecchiaia e nella malattia. Il suo unico difetto? Non era un homo sapiens.
Uno studio britannico si è occupato della psicologia legata al lutto degli animali domestici. Il punto di partenza è la ridiscussione di una specifica condizione psicologica, il “disturbo da lutto prolungato”, che si pensava potesse applicarsi solo alla perdita di persone umane.
Il disturbo da lutto prolungato (PGD) è una malattia psicologica abbastanza comune nelle persone che hanno vissuto un lutto importante. Il paziente sviluppa una sorta di depressione: ha difficoltà nello svolgere le proprie attività quotidiane e si ritira socialmente. In più avverte un senso di perdita forte e continuo, una mancanza di senso, il pensiero di aver perso una parte di sé. Il disturbo è frequente in chi ha perso un figlio (21,3%), un genitore (11,2%), un partner (9,1%), un fratello o un nonno (circa 8%). Tuttavia, lo studio inglese ha registrato che il 7,5% delle persone che perdono un animale da compagnia soddisfa i criteri diagnostici per il PGD.
Gli psicologi al momento non possono diagnosticare il disturbo da lutto prolungato in chi ha visto morire il proprio animale domestico. Le linee guida, infatti, non contemplano queste casistiche. Lo studio inglese, se sarà confermato da altre ricerche simili, potrebbe arrivare a modificare i criteri diagnostici. Ciò significa aumentare la comprensione e la cura delle persone che soffrono ma non vengono ascoltate abbastanza.
La nuova generazione di etologi sta spingendo per un cambiamento culturale (che si trasformerà anche in un cambiamento giuridico). L’affermazione di base è: i mammiferi superiori, come cani, gatti e cavalli, sono da considerarsi persone a tutti gli effetti. Essi possiedono una personalità e un mondo emotivo ricco e complesso, criteri sufficienti per non relegarli al rango di “bestie”. Non ci perderemo in ulteriori dissertazioni sul tema, pur interessantissime, ma gli amanti degli animali queste cose le sanno istintivamente.
Perché non si può soffrire per la morte di un familiare se questo familiare è di una specie diversa? Sono solo i pregiudizi culturali a frenare la comprensione di questo nodo importante. Ci auguriamo che nel futuro chi ha perso un animale non debba più nascondere il proprio dolore per paura di essere deriso.