Per stare bene è molto importante ritagliarsi dei momenti di solitudine. Ma chi invece è solo pur non volendolo ha lo stesso diritto di entrare in contatto con gli altri.
Secondo alcune ricerche, chi vive in famiglia passa dalle 2 alle 4 ore da solo al giorno, mentre i single molto di più, 5-7 ore. Il rapporto con la solitudine è la chiave: magari per chi ha figli piccoli e fa un lavoro a contatto col pubblico essa è un momento desiderato, un po’ di respiro; per chi invece si trova spesso chiuso in casa, la cosa può pesare.
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Uno studio condotto all’Università di Reading si è occupato del tema della solitudine facendo una distinzione importantissima: stare da soli è una scelta o semplicemente capita?
I 150 partecipanti allo studio hanno dovuto redigere una scheda settimanale in cui annotavano il tempo trascorso da soli o in compagnia e indicavano se la solitudine era voluta o no. In relazione a ciò, erano invitati a dichiarare il loro stato d’animo. I risultati dimostrano che coloro che subivano la solitudine si sentivano meno felici e soddisfatti. Invece chi sceglieva attivamente di passare del tempo da solo raccontava di sentirsi più realizzato, più autentico e meno stressato. I solitari “attivi” leggevano globalmente la loro vita come migliore.
Le interazioni sociali sono necessarie per vivere in modo sano, ma è innegabile che siano anche fonte di stanchezza. Per questo ritagliarsi dei momenti con se stessi è fondamentale. Le persone che per via di impegni familiari pressanti possono stare sole esclusivamente quando dormono non hanno mai tempo di ricaricare le batterie. Va riconosciuto che l’energia psicologica è limitata e un tempo, anche piccolo, per allentare la tensione rappresenta un diritto.
Lo studio di cui parlavamo prima ha anche analizzato il rapporto con la solitudine nelle persone estroverse e introverse. È vero che le persone estroverse hanno tanto bisogno di compagnia e si sentono ricaricate quando possono interagire con qualcuno, ma non è vero che stiano completamente bene senza avere dei momenti per sé. Il rapporto che abbiamo con la solitudine dice molto di noi: chi la fugge, chi ne ha paura potrebbe avere qualche problema nello stare con se stesso, quindi nel “sentire” e analizzare i propri veri stati d’animo.
Non esiste un rapporto ideale tra solitudine e compagnia: ognuno deve trovare il proprio equilibrio. L’importante è ascoltarsi e non cedere sempre alle aspettative sociali. Troviamo legittimo che una persona molto esposta alla socialità durante il giorno possa annullare un impegno la sera perché sente di essere scarica. Ciò può portare a sensi di colpa, ma in realtà non è altro che una strategia di protezione.
Quella che va combattuta è la solitudine non voluta, che non dipende sempre dal carattere o dalle scelte “sbagliate” di un individuo ma rappresenta anche un problema sociale.
Negli ultimi anni la Spagna ha iniziato a trattare la solitudine non più come una questione privata, ma come un vero problema sociale. Nel 2026 il governo guidato da Pedro Sánchez ha lanciato la prima strategia nazionale contro la cosiddetta “solitudine non desiderata”, un piano che copre il periodo 2026–2030 e coinvolge sanità, scuola, enti locali e associazioni. L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa: chi si sente solo non è semplicemente un individuo in difficoltà, ma il segnale di un tessuto sociale che si è indebolito.
Il piano si basa su una serie di interventi pratici. Da un lato si punta a individuare precocemente la solitudine, coinvolgendo medici di base, insegnanti e servizi sociali in una sorta di “diagnosi” diffusa. Dall’altro si lavora sul territorio, rafforzando le reti di quartiere e creando figure dedicate a mettere in contatto le persone, dai vicini di casa ai commercianti. Anche lo spazio urbano diventa uno strumento: parchi, piazze e servizi vengono ripensati per favorire l’incontro e la socialità.
Accanto a questo, il governo promuove iniziative concrete come il cohousing, le attività tra generazioni diverse e servizi di supporto per chi è più isolato, cercando di ridurre non solo la solitudine in sé, ma anche lo stigma che la circonda. Parlare apertamente del sentirsi soli diventa parte della soluzione, non più qualcosa da nascondere.
La Spagna rappresenta un esempio luminoso. Mettendo insieme queste iniziative e lo studio di cui abbiamo parlato prima, emerge chiaramente che la solitudine scelta è fondamentale per la salute, ma quella non scelta impone importanti riflessioni a livello di comunità. La persona sola che non desidera esserlo non deve essere additata, perché non ha colpa. Deve piuttosto trovare le occasioni giuste, che vanno costruite a livello di sistema.