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Ci sono parole che non conosci, ma che descrivono i tuoi sentimenti meglio di tutto
Alcune parole straniere portano messaggi complessi e fanno luce sulle emozioni che non sapevi di poter nominare.

Ci sono emozioni che tutti abbiamo provato almeno una volta, ma che restano difficili da spiegare. Le riconosciamo a pelle, ci attraversano per un istante o ci accompagnano per anni, eppure non sappiamo come chiamarle. La lingua, però, non è solo uno strumento per comunicare: è anche una mappa dell’esperienza umana. In alcune culture, parole precise danno forma a sentimenti complessi che altrove rimangono senza nome. Scoprirle significa, in un certo senso, riconoscere parti nascoste di noi stessi.

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Questa è una breve guida a emozioni “intraducibili”, dalla vertigine silenziosa dell’Appel du Vide alla dolce dipendenza emotiva di Amae.

  • Awumbuk: quando un ospite se ne va

In Papua Nuova Guinea il popolo Baining ha creato un’espressione molto interessante: awumbuk, il vuoto che si prova dopo la partenza di un ospite. Secondo la cultura Baining, ospitare qualcuno porta a una sorta di “sbornia sociale” che deve essere smaltita dopo il saluto. Il sintomo principale è la malinconia, ma c’è anche una quota di spossatezza. Per la tradizione servono ben tre giorni prima che l’ospitante, rimasto solo, possa riprendere le attività quotidiane.

  • Basorexia: il desiderio improvviso di baciare

Forse ti è capitato: senza preavviso, senti una forza invisibile che ti spinge a baciare qualcuno. Questo forte istinto, questo desiderio potente prende il nome di basorexia.

  • L’appel du vide: il richiamo del vuoto

Ti trovi su un ponte, guardi giù, e per un attimo ti attraversa un pensiero assurdo: “E se saltassi?”. Non è un desiderio reale, né un impulso suicida. È L’Appel du Vide, letteralmente “il richiamo del vuoto”. Questo sentimento descrive una fugace spinta mentale verso l’azione estrema, proprio quando siamo perfettamente al sicuro. Gli psicologi lo interpretano spesso come una conferma della volontà di vivere: il cervello segnala il pericolo e, paradossalmente, produce l’idea per ricordarci di evitarla.

  • Torschlusspanik: la paura di perdere le occasioni

In tedesco la parola Torschlusspanik si traduce letteralmente con: “panico della porta chiusa”. Un tempo, le città erano circondate da mura i cui cancelli venivano chiusi la sera. Di lì la paura, per i viaggiatori, di ritrovarsi chiusi fuori e passare la notte all’addiaccio. Oggi tutto è cambiato… ma la paura di perdere l’ultimo autobus è ancora qualcosa di concreto. Il Torschlusspanik significa però ben di più: nella lingua attuale indica, per estensione, la paura di perdere delle opportunità importanti. Il timore è che “il treno passi” e ci si trovi assaliti dal rimpianto.

  • Ilinx: la tentazione di distruggere

Molte persone, quando sono arrabbiate, rompono qualcosa: viene in mente la classica immagine dell’uomo che, durante un litigio in famiglia, rompe i piatti. Non sempre l’impulso a rompere qualcosa viene agito, ma si manifesta come desiderio durante i momenti di rabbia. La tentazione di afferrare la prima cosa che capita per le mani e lanciarla lontano prende il nome di ilinx.

  • Amae: il piacere di dipendere

Amae è una parola giapponese dal significato molto dolce. È infatti la sensazione di potersi abbandonare emotivamente a qualcuno, con la certezza di essere accuditi e accettati. È il bambino che si addormenta sapendo che un genitore veglia su di lui, ma anche l’adulto che si permette di essere fragile con chi ama.

  • Saudade: la nostalgia struggente

La parola portoghese saudade è molto conosciuta e utilizzata perché descrive un sentimento universale. Quando pensiamo a qualcuno che non c’è più (perché è morto o si è allontanato) proviamo un impasto struggente di nostalgia e di amore, un sentimento potentissimo che ci tocca in modo incancellabile.

  • Sonder: il lato nascosto degli altri

Il concetto contemporaneo di sonder (neologismo inglese) indica l’improvvisa consapevolezza che ogni persona che incroci per strada ha una vita complessa e ricca quanto la tua. Storie, paure, desideri, fallimenti: tutto esiste, anche se tu ne vedi solo un frammento. Questo sentimento depotenzia l’ego e porta a una visione più ampia del mondo, rendendo possibile cogliere il vissuto altrui.



 Commenti (2)
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  1. erosman1953, Roma (Lazio)
    A volte una parola venuta da lontano riesce a raccontare ciò che proviamo meglio di noi stessi. È come se la memoria delle emozioni trovasse una forma, un contorno, una voce. In quelle sfumature intraducibili c’è la dolcezza di un’assenza che ancora ci sfiora, il desiderio che nasce senza chiedere permesso, la nostalgia che ci accompagna come una musica discreta. Scoprirle è riconoscere ciò che ci abita davvero: un gesto silenzioso, un pensiero che si apre, un sentimento che finalmente si lascia vedere.
  2. gentiluomo882, Torino (Piemonte)
    Molto interessante, attraverso la lingua di un popolo, ci si avvicina alla sua cultura, usanze e tradizioni. Per questo le comunità multietniche sono più ricche se le impariamo a conoscere.


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