Cosa significano le stelle nella letteratura e in filosofia e perché sono collegate ai desideri
Chiunque al giorno d’oggi veda una stella cadente pensa subito a un desiderio, e anche le stelle “fisse” sono testimoni a cui affidare preoccupazioni e speranze. Ma l’immaginario culturale sulle stelle è ancora più ampio.
Quello tra stelle e desideri ci sembra oggi un collegamento ovvio, perché siamo abituati al poeta che scrive bei versi sotto la volta celeste, abbiamo l’immagine delle serenate notturne struggenti e soprattutto esprimiamo una speranza per il futuro ogni volta che vediamo una stella cadente. Come per ogni cosa che oggi sembra ovvia ed eterna, dobbiamo sapere che in realtà non è sempre stato così e dietro c’è una storia.
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Le stelle sono visibili, ma irraggiungibili; sembrano immutabili e, allo stesso tempo, attraversano il cielo seguendo movimenti che per secoli l'uomo ha cercato di comprendere. Prima dell'illuminazione artificiale e della moderna astronomia, osservare il cielo faceva parte della vita quotidiana molto più di quanto accada oggi.
La moderna parola “desiderio” porta con sé un riferimento proprio alle stelle. Deriva dal latino “desiderium”, collegato a “sidus”, cioè stella o costellazione. L'etimologia viene tradizionalmente interpretata in rapporto alla condizione di chi guarda il cielo in assenza degli astri. Dato che nell’antichità le stelle venivano “lette” per prevedere il futuro, la loro assenza comunicava incertezza, forse angoscia, una condizione di vuoto che si poteva colmare solo con la speranza.
La stella cadente, poi, aggiunge un elemento decisivo: rompe per un istante la regolarità del cielo. Astronomicamente non è una stella, ma una meteora, cioè la scia luminosa prodotta quando un piccolo corpo entra nell'atmosfera terrestre. Il suo carattere improvviso e brevissimo ha probabilmente contribuito a trasformarla in un'occasione speciale per formulare una speranza.
Nella letteratura e nella filosofia le stelle hanno però significati molto più ampi.
In Dante, per esempio, rappresentano spesso una direzione verso cui tendere. Non è casuale che la parola “stelle” chiuda tutte e tre le cantiche della Divina Commedia: “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (inferno), “Puro e disposto a salire alle stelle” (Purgatorio) e, infine, “L'amor che move il sole e l'altre stelle” (Paradiso).
La stella, in questo caso, non esaudisce un desiderio nel senso moderno del termine. È piuttosto il segno di una meta, di qualcosa che si trova oltre la condizione presente. Dopo il buio dell'Inferno, riveder le stelle significa tornare alla luce e poter riprendere il cammino.
Con Leopardi, invece, il cielo stellato diventa soprattutto il luogo della domanda. Nel “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”, il poeta collega la visione del cielo alla formulazione di domande esistenziali irrisolvibili. È un passaggio importante: guardare le stelle non significa necessariamente trovare una risposta come gli astrologi pretendono di saper fare.
Anche un filosofo come Immanuel Kant collega direttamente l'esperienza del cielo stellato alla riflessione sull'esistenza. Nella conclusione della “Critica della ragion pratica” scrive la celebre frase “Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me”. Per Kant, l’immensità della volta celeste mette l'uomo davanti alla propria piccolezza e, nello stesso tempo, alla propria dimensione morale.
Anche Shakespeare utilizza le stelle per parlare del rapporto tra destino e volontà umana. Nel “Giulio Cesare”, Cassio dice a Bruto: “The fault, dear Brutus, is not in our stars, / But in ourselves”. La frase rovescia proprio l'idea secondo cui ciò che accade alle persone sarebbe scritto nel cielo: il destino non può essere usato come spiegazione per tutto, perché una parte della responsabilità appartiene agli esseri umani.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma concludiamo dicendo che la “polisemia” delle stelle è simile a quella assunta da ogni elemento naturale potente e misterioso. Degli astri, ancor più che dell’acqua o del fulmine, sapremo sempre troppo poco. E poi, a differenza delle cose a noi vicine, non è detto che potremo mai arrivare anche solo abbastanza vicino. Quindi, come racconta Leopardi ne “L’infinito”, quando noi esseri umani ci troviamo di fronte a limiti insuperabili, lontananze “siderali”, riempiamo il vuoto con tutto ciò che di profondo e prezioso abbiamo dentro.