Se notate bene, sono migliaia quelli che si dichiarano empatici ma incompresi. Perché, se il mondo è pieno di persone buone, tutte sentono di essere le uniche?
"Mi sembra di comprendere sempre gli altri, ma nessuno comprende davvero me". Questa è una frase piuttosto comune. La si incontra nelle conversazioni quotidiane, sui social e perfino in alcuni percorsi di crescita personale. Spesso viene vissuta come una caratteristica quasi identitaria: la sensazione di essere particolarmente empatici e, allo stesso tempo, profondamente soli dal punto di vista emotivo.
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Ma quanto c'è di oggettivo in questa percezione?
Da un lato, è vero che alcune persone dedicano molta attenzione ai vissuti altrui. Sono abituate ad ascoltare, osservare e cogliere sfumature emotive che altri tendono a trascurare. L’empatia non è un’invenzione e ognuno la possiede in quantità diverse, e la sensazione di investire molto negli altri senza ricevere abbastanza è valida come ogni vissuto personale.
Ciò non significa però che pensare di essere più empatici degli altri sia sempre oggettivamente vero, perché alcuni meccanismi cognitivi potrebbero trarre in inganno.
Un bias utile per capire come funzioniamo è la cosiddetta illusione di trasparenza, studiata dagli psicologi Thomas Gilovich, Kenneth Savitsky e collaboratori. Questo bias ci porta a pensare che ciò che proviamo sia evidente agli altri. Crediamo, insomma, che osservandoci sia abbastanza facile capire se siamo tristi o arrabbiati. Ma la scienza ha dimostrato che non sempre è vero.
Ecco allora che, se gli altri non comprendono i nostri sentimenti (quando non li esplicitiamo) pensiamo che non siano abbastanza attenti a noi. Questa però, più che essere una mancanza di premura, potrebbe essere una fallacia comunicativa.
E poi, tutti noi abbiamo un accesso diretto al nostro mondo interiore: conosciamo i nostri pensieri, le intenzioni, i ricordi e le emozioni che accompagnano ogni comportamento. Degli altri, invece, vediamo soprattutto ciò che esprimono. Questo squilibrio informativo può creare una particolare impressione: noi ci percepiamo come estremamente complessi e vediamo gli altri come relativamente più leggibili. È il bias di trasparenza al contrario: pensiamo di essere molto comprensivi quando poi i nostri amici pensano che non li capiamo abbastanza. Un gatto che si morde la coda.
Questo spiega perché la frase “Io sono sempre empatico con tutti ma gli altri non lo sono con me” è tanto comune. È un po’ triste, ma vero: al mondo ci sono tantissime persone empatiche e buone, che però si convincono di essere le uniche solo perché non sanno come funziona la comunicazione. C’è una sorta di tabù sul dichiarare i nostri sentimenti chiaramente, a parole, quando questa potrebbe essere l’unica cosa in grado di salvarci.
Questo non significa, in realtà, che la sensazione di non essere capiti sia sempre infondata: esistono relazioni in cui l'ascolto è effettivamente sbilanciato. Alcune persone assumono spesso il ruolo di confidenti, mediatori o punti di riferimento emotivi e finiscono per avere pochi spazi in cui esprimere le proprie vulnerabilità. E le persone poco empatiche, come sappiamo, esistono davvero.
Ma il succo della nostra riflessione è che se il bisogno di comprendere ed essere compresi è universale è improbabile che appartenga soltanto a noi.